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PERCORSO TIPICO DI CONOSCENZA DEL TERRITORIO
| Il percorso prevede una prima sommaria conoscenza del
territorio, la scoperta, l’approccio verso un ambiente
particolare che dovrebbe spingere a ritornare per una visita con
obiettivi di lavoro specifici nell’ambito dei programmi e
progetti didattici che il gruppo classe intende sviluppare.
Questa proposta porta a compiere il giro completo della parte
centrale delle Torbiere, circa 5 Km, con partenza e ritorno dal
Monastero. Tenendo conto delle soste da compiere per le
osservazioni sono necessarie almeno 3 ore; con classi di I e II
elementare, si potrebbe effettuare circa metà percorso, (prima
parte) portando gli alunni a camminare nella parte che comprende
la zona più suggestiva e che viene percorsa in gran parte su
passatoie e ponticelli sull’acqua. |

(click
sulla cartina per visualizzare la versione ingrandita) |
Prima parte
Partenza e arrivo dal Monastero
Il sagrato del Monastero è senza
dubbio il punto privilegiato per una prima osservazione d’insieme di
tutto l’itinerario che si andrà a percorrere, nello stesso tempo
questa sosta oltre che spingere allo sguardo d’insieme della
complessità del territorio, porterà anche all’osservazione più
ravvicinata di una costruzione di grande interesse quale è S.Pietro
in Lamosa. L’antica costruzione a cui ci si trova di fronte spinge a
riflessioni, anche attraverso domande guida sui collegamenti di
questo antico e interessante edificio e l’ambiente circostante,
riflessioni che
potranno poi essere riprese e discusse al ritorno.
Approfondimenti: I MONASTERI
Il Monastero di S.Pietro in Lamosa
Il monastero di S. Pietro in Lamosa sovrasta lo specchio
delle Torbiere ed è uno dei complessi artistici e monumentali più
belli dell'intera provincia, luogo pieno di fascino e
di storia, uno dei "punti magici" della zona. Fu forse tempio
pagano, altare cristiano e dal 1083 monastero affidato ai monaci
di Cluny. Essi, per buona parte dei quattro secoli in cui ebbero
il possesso del monastero, favorirono la continuazione di un'opera
di bonifica e di trasformazione del territorio, con l'introduzione
di nuove colture e nuove tecniche agrarie. Il monastero era un
importante punto di riferimento anche per il commercio, data la sua
posizione vicino ad una piazza di mercato importante come Iseo,
offrendo alloggio ai mercanti in viaggio con le loro mercanzie.
Possedendo ampi terreni, esso dava lavoro ad artigiani e contadini
e la rendita dei prodotti agricoli permetteva ai monaci di
compiere servizi di assistenza, come soccorrere e curare gli
ammalati durante le epidemie, ospitare pellegrini, fornendo così
ad una comunità dispersa e isolata un senso di protezione e di
sicurezza e dando impulso a quei processi da cui nacque la società
moderna. Nel 1535, a seguito di alterne vicende sia interne
all'Ordine che esterne ad esso, con i cambiamenti politici
avvenuti (il potere era passato alla Serenissima), il monastero
cambia gestione e passa ai Canonici di S. Salvatore di Brescia.
Essi compiono alcune modifiche nell'edificio, allargano con una
nuova cappella la chiesa, costruiscono la "Disciplina",
trasformano il monastero in parrocchia, la prima parrocchiale del
comune di Provaglio. Nel 1798 l'Ordine di S. Salvatore viene
soppresso, i beni sono confiscati dal governo napoleonico e
venduti a famiglie signorili. Il monastero viene acquistato dalla
famiglia Bergomi-Bonini che lo trasforma in residenza. Alla fine
dell' '800, attraverso gli scritti dello storico iseano Gabriele
Rosa, inizia a crearsi attenzione verso questo edificio, in
seguito oggetto di un interesse continuo e sempre maggiore che
porta al suo graduale recupero. Oggi la chiesa e la cappella
antistante appartengono, dopo la donazione fatta dai vecchi
proprietari, alla Parrocchia di Provaglio, che ne ha affidato la
gestione all'Associazione "Amici del Monastero", attivamente
operante per il restauro, la valorizzazione e la fruizione
culturale di questo suggestivo e straordinario monumento.
Didattica
- Cos’è un monastero?
- Perché qui c’è un monastero?
- S.Pietro in Lamosa, che significato
avrà questo nome?
- Che cosa potrebbe esserci in questo
ambiente utile ad un monastero?
- Le risposte vanno poi verificate
commentate ed eventualmente modificate al ritorno.
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Per un itinerario con approfondimenti storici si
concentrerà l’attenzione sull’edificio convisita particolareggiata
dell’interno. Sempre nello
spiazzo antistante il monastero e dopo aver avuto una visione
panoramica della riserva si possono invitare gli alunni a segnare
individualmente su un cartellone le cose che pensano di vedere,
trovare o incontrare questo ambiente. Al ritorno ci
si fermerà a rivedere le aspettative segnate e discuterne. Si
possono costruire anche mappe concettuali secondo l’argomento, il
progetto in cui è stata inserita dall’insegnante questa uscita;
mappe sempre da sviluppare o ampliare al ritorno.
Didattica: LE MAPPE CONCETTUALI
L'insegnante individua uno o più argomenti significativi
rispetto all'uscita prevista, e agli eventuali progetti didattici in
cui è inserita. I ragazzi, individualmente, a coppie o in
sottogruppi, costruiscono delle reti di relazioni ponendo elementi
(oggetti, soggetti, attività, risorse, problemi, ecc.) in rapporto
tra loro e con l'argomento di partenza. Gli schemi che ne derivano
possono essere poi discussi in sottogruppi o presentati a tutto il
gruppo-classe. Possibili concetti su cui formare le mappe
potrebbero essere: torbiera, ecosistema, territorio, ambiente,
lago, pesca, artigianato, risorse naturali. Le mappe potranno
essere, a seguito dell'uscita, ampliate, corrette, modificate.
Riportiamo un esempio di mappa, che potrebbe essere prodotto da
una classe di scuola media (la quantità di relazioni
tra fattori ed elementi pertinenti potrebbe essere ulteriormente
ampliata).

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Incamminiamoci quindi sul sentiero d'ingresso;
all’entrata principale della riserva fermiamoci a leggere i cartelli
posti all’inizio del percorso sulle notizie storico geografiche
riguardanti questo ambiente. Il sentiero si snoda fra una rigogliosa
vegetazione e qui possiamo già sentire gli odori e i profumi intensi
delle piante e dei cespugli che lambiscono il passaggio: ad esempio il
sambuco o l’amorpha fruticosa (indaco bastardo); è bene cominciare
ad annusare per immergerci nelle suggestioni del paesaggio naturale
che si comincia ad incontrare.
La prima sosta di osservazione è bene
farla alla terrazza:


| Qui si ha una visuale molto ravvicinata
delle torbiere, e ci si rende conto anche della particolare
vegetazione delle zone umide: il canneto, le isole e isolette
palustri. Si osservino anche gli stretti sentieri tra una vasca e
l'altra, dove si passava con la torba scavata da portare ai depositi. Dall’acqua emergono le torrette in
muratura un tempo base dei tralicci dell’energia elettrica, quando
in questo tratto non era stata ancora scavata la torba (è una delle
prime spiegazioni che potremmo essere invitati a dare). Qui vale la pena anche
di spiegare il significato di Torbiere e della torba perché è più
facile in questa prospettiva comprendere il grande lavoro manuale di
scavo effettuato nel secolo scorso. |
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Approfondimenti: LA TORBA
Alla fine del 1700 le Torbiere erano un pascolo libero, una zona
piuttosto arida secondo Cristoforo Pilati, naturalista bresciano
che scriveva: "Vi cresce un'erba miserabile la quale sia verde che
secca serve piuttosto a dimagrare che a ingrassare i bovini". Fu
proprio questo personaggio a capire che sotto quel prato stepposo
si nascondeva un tesoro energetico, una terra che poteva bruciare
e dare energia. "Già nel 1774, il benemerito Pilati la
sperimentava quivi per la trattura della seta". Il suo utilizzo
però si diffuse nel secolo successivo, quando anche in altre
realtà italiane si comprese l'importanza di questo economico
combustibile per le necessità della nascente industria e si
cominciò ad estrarlo.
Gli scavi sistematici nelle Torbiere cominciarono nel 1863, quando
la società torinese "Società Italiana Torbiere" acquistò la parte
centrale del territorio, quella con lo strato torboso più
compatto, iniziando così lo sfruttamento di un combustibile che
risultava molto conveniente per le industrie locali, filande,
ferriere, fornaci che proprio per questa possibilità di trovare
una fonte di energia vicina e a basso costo, si ingrandivano e si
sviluppavano. Una nuova relazione, molto importante, prendeva vita
nell'ambiente, quella fra torba e attività industriali.
La torba veniva venduta anche a Brescia e usata
come combustibile per il riscaldamento di locali pubblici e scuole
della città.
Partendo dalla zona centrale, quella dove il giacimento di
torba era più
consistente, gli scavi proseguirono verso i margini, fino ad
asportarlo totalmente. Secondo i calcoli fatti, tenendo conto
dell'estensione della zona scavata e della profondità delle
vasche, si valuta che ne siano stati estratti circa 5 milioni di
metri cubi.
Contemporaneamente al lavoro di scavo, si modificava il
territorio, le grosse buche si riempivano di acqua, creando la
caratteristica conformazione di grandi vasche rettangolari
separate da sottili strisce di terra, che servivano al passaggio
per le carriole che trasportavano la torba al punto di raccolta.
La Torbiera, senza particolari studi o progettazioni,
inaspettatamente si ritrasformava in "lama", l'antico territorio
dei palafitticoli, e di conseguenza si modificavano gli
ecosistemi, la flora e la fauna, fino a costituire il paesaggio
paludoso che vediamo oggi.
* Cit. in F. Pagnoni: "Un'erba miserabile", Atlante del Sebino
e della Franciacorta, Grafo, 1983.


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Questo è in
genere per le scolaresche il luogo delle prime foto; è qui che in
genere la guida raccomanda di continuare il percorso parlando a bassa voce, perché quando si
entra in una riserva naturale i visitatori sono gli ospiti degli
esseri viventi che la abitano e il comportamento da tenere è quello
di un ospite discreto e attento.

Scesa la
scala di legno siamo nello spazio dove preparare o
controllare se si hanno tutti gli occorrenti necessari: machina
fotografica, binocolo, il blocchetto per gli appunti che servirà
per segnare le domande o le considerazioni da discutere poi
all’uscita e fogli per fare schizzi di piante i fiori
che ci interessano particolarmente, per poi approfondirne la conoscenza sui
testi a scuola. Ci inseriamo quindi nel canneto notando che a
tratti è completamente sommerso da rovi e da altri cespugli; qui può
nascere la discussione sulla competizione fra le piante che si fanno
spazio sulle strette strisce di terra e costatare che, in questo caso,
quella che vince la competizione è sempre l’amorpha fruticosa,
pianta che proviene dalle paludi della Florida, portata in Italia
come pianta ornamentale. E' considerata infestante e quindi quì può inserirsi il discorso sul significato di
questo termine e le varie opinioni sull’opportunità di inserire
esseri animali e vegetali in un nuovo territorio.
La prossima sosta
sarà nello spiazzo dove è ricostruita una barca, esempio delle
barche che qui venivano utilizzate per la pesca e la caccia, molto
diverse da quelle usate dai pescatori del lago. La barca usata nelle
zone umide è costruita sullo sviluppo concettuale della
zattera a cui vengono applicate le fiancate attorno all’elemento
base di legno, mentre il naèt del pescatore del lago d’Iseo si
costruisce partendo dal bordo, applicandovi poi un fondale piatto.


Proseguiamo lungo il percorso: la prossima sosta è poco distante, si
tratta del capannino, un luogo interessante per sedersi all’interno
del piccolo manufatto e discutere sull’utilizzo nel passato di
questa struttura, guardare dagli spioncini, discutere sulla caccia
che in tanti di questi capanni veniva esercitata prima che il
territorio diventasse riserva; oggi valido momento per effettuare birds watching. E’
anche il momento di osservare da vicino la vegetazione
delle zone umide che, come la caccia e pesca, è stata un tempo
una risorsa.

La cannuccia di palude (phragmytes communis), il carice
(carex elata), foglie, germogli, radici e alghe furono una risorsa
per i palafitticoli insediati in questa zona; lo è stata anche in
tempi moderni per le comunità situate sulle sponde del lago: un
piccolo mondo economico con molte relazioni fra l’uomo e questo
ambiente.
Approfondimenti: LAME E CANNETI NELLA PREISTORIA
La "lama"
La “lama” (palude) regno del canneto, era collegata alcuni millenni fa, a quella zona pure costituita da canneto chiamata “lametta”, oggi parte del lago.
Il termine “lama” deriva “dal celtico Mois, zona umida palude”. Il canneto,ecosistema ricchissimo di vita costituiva un’importante risorsa per le popolazioni dei palafitticoli che nel 5000 a.C si erano insediati in questa zona costruendovi i loro villaggi.
Attraverso la pesca la caccia e l’utilizzo delle erbe queste primitive popolazioni stringevano le loro relazioni con un ambiente che racchiudeva molte possibilità di vita. L’uomo delle palafitte usava le canne per costruire ripari, lance, archi, frecce, le foglie per lavori di intreccio , i semi, le radici e i germogli come nutrimento.
La "Typha", vegetazione tipica del canneto, era quasi completamente commestibile: testimonianze del suo quasi totale utilizzo alimentare vengono anche da altre zone paludose d’Italia.
Il canneto era molto importante anche per la pesca , allora fatta prevalentemente con le mani, perché nel canneto trovavano rifugio i pesci in fuga dai predatori. Questi antichi pescatori , immersi nell’acqua bassa fra i giunchi , cercavano con le mani , agilissimi, il pesce nascosto in inverno sotto il fango, oppure creavano intorno alle zone erbose, sempre ricche di pesce, degli sbarramenti in modo da imprigionarlo e affrontavano una gara di agilità con tinche e carpe . L’archeologia documenta che si pescava anche con reti e nasse fatte di rami e che i più antichi esemplari di reti intrecciate con vegetali (Linum
Angustifolium), appartengono ai palafitticoli.
I numerosi reperti trovati nel periodo in cui si scavò per il recupero della torba, (oggi giacenti nel Museo Pigorini di Roma), testimoniano che queste popolazioni abitarono per un lungo periodo questa zona; nell’età del bronzo (1800-1200 a.C.), vi erano ancora numerosi villaggi probabilmente stanziati nella zona centrale dove sono stati rinvenuti molti oggetti di bronzo, rame, terracotta e anche un rarissimo elmo in lamina bronzea a calotta semisferica.
Molti reperti dell’età del bronzo sono stati trovati anche nella zona delle “lamette” fino sulla collinetta della cascina “Beloard” a ridosso del canneto. Secondo alcuni studiosi di toponomastica il nome di questa cascina “scaturito miracolosamente intatto dalle genti liguri dell’età del bronzo... significa riparo imprendibile”. Ritrovamenti di tombe romane del I secolo a.C e del I secolo d.C nella frazione di Timoline, confinante con il territorio delle Torbiere, fanno pensare che forse la vita e l’attività dell’uomo continuarono anche dopo l’abbandono delle palafitte.
Sicuramente il rapporto e le relazioni uomo-natura iniziate dai neolitici non vennero successivamente mai interrotte.
L’utilizzo del canneto
Intorno alle “cannucce di palude” si è svolta una microeconomia fatta di scambi e di duro lavoro, che ha coinvolto le comunità situate sulle sponde del lago e delle Torbiere.
Nel periodo dell’infiorescenza della canna di palude (Phragmytes communis), piccole spedizioni famigliari si organizzavano per la raccolta: ognuno con una specifica funzione: gli uomini tagliavano le canne, le donne toglievano le foglie, poi venivano tagliati i gambi fino a poca distanza dall’infiorescenza, a casa all’ombra del portico le canne seccavano prima di essere vendute ai commercianti e trasformarsi in scope, scopini, spazzole. Questo commercio durò fino all’introduzione delle fibre sintetiche.
I pescatori utilizzavano le canne palustri per costruire le “arelle”, rudimentali tavole con l’intelaiatura di legno dove vi appoggiava il pesce ad essiccare. I contadini usavano queste “ tavole” per
allevare i bachi da seta. I muratori usavano le “arelle” per le soffittature, fissandole alle travi e ricoprendole con un impasto di gesso.
I giunchi più sottili venivano usati come legacci per le piante dell’orto.
Nei periodi di carestie si ricavava dalle radici delle canne di palude una specie di farina che veniva utilizzata per fare il pane.
Nel canneto cresceva un’erba molto utile il carice, (carex elata); la raccoglievano gli impagliatori di sedie che, con fasci di foglie arrotolate, pochissimi strumenti, (un punteruolo e un’asse), moltissima agilità giravano per tutta la provincia per il loro lavoro compiuto arrotolando ed intrecciando la fibra vegetale, che si trasformava in una resistente corda naturale. Molte volte il loro lavoro era oggetto di scambi alimentari con i prodotti dei contadini e pescatori.
Foglie, germogli, radici, alghe, furono (e lo possono essere ancora oggi) un materiale prezioso anche nel campo medicinale.
Erano molte le relazioni che si svolgevano fra l’uomo e questo territorio e legavano il raccoglitore di erbe delle “lame” e “lamette” ad un piccolo mondo economico fatto di reti, pesci, erba, foglie, canne e torba, in un ambiente che si collegava funzionalmente all’attività dell’artigiano, del contadino, del pescatore e del cavatore di torba.
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Si prosegue ora nella parte più
suggestiva, che si percorre su passerelle e ponticelli sull’acqua. Su
una di queste passerelle, meglio una delle più centrali, si può
sostare anche per un obiettivo geografico: capire dove ci si trova,
orientarsi basandosi su punti di riferimento conosciuti del
territorio: il monte Guglielmo, Montisola, il Monastero; l’isola può
essere un valido suggerimento per capire dove sia il lago, vedere il
cordone morenico che ha separato la torbiera. Orientarsi, quando ci
si immerge in questo paesaggio, per chi non è della zona, diventa
difficile, ma è importante per comprendere la propria posizione
rispetto ai paesi circostanti.

Questo suggestivo tratto può
diventare anche un itinerario percettivo: fermarsi sull’acqua, ad
occhi chiusi in silenzio. Si potranno individuare i suoni, gli odori;
ad occhi aperti i colori, cose, oggetti misteriosi. Gli stessi
esercizi si possono effettuare anche nel tratto successivo, non più
sull’acqua ma sul sentiero, notando le differenze, effettuando anche
un piccolo percorso bendati per descriverlo in base alle sensazioni
provate e ripercorrerlo per comprendere l’origine di tali sensazioni
(tattili, uditive, olfattive). Questo può aiutare a cogliere la pluridimensionalità dell’ambiente, e
a riflettere su se stessi, su come
si percepisce, perché ci si rende conto o non ci si rende conto
delle cose….

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