Non esistono documenti scritti relativi allo stato delle Torbiere nel
periodo precedente l'escavazione della torba né in quello immediatamente
successivo, bisogna quindi attenersi alla tradizione popolare, peraltro
abbastanza attendibile trattandosi di storia relativamente recente.
La formazione di torba è progredita senza ostacoli fino all'intervento
dell'uomo. Così risulta la descrizione del sito sulla base di
attendibili ricostruzioni storiche: la parte centrale è costituita
da una distesa pianeggiante ricoperta da erbe dure e taglienti, prevalentemente
carici, che hanno uno scarsissimo valore nutritivo e quindi non possono
essere utilizzate per il pascolo. Gli alberi ad alto fusto sono scarsi;
alcune zone sono ancora allagate mentre in altre, dove il terreno è
cedevole ed intriso di acqua, la palude tende a riprendere il sopravvento
specie nei periodi piovosi.
Nelle zone periferiche si trova una cintura di canna palustre e, dove
il suolo è maggiormente consolidato, ci sono dei piccoli appezzamenti
di terra nei quali il costante sfalcio delle dure erbe palustri ha privilegiato
le foraggere. Alcuni terreni di modesta estensione, sono stati messi
a coltura in seguito ad intervento di drenaggio e canalizzazione delle
acque. Questo paesaggio è destinato a cambiare quando si scopre
che la torba, una volta essiccata, ha una resa calorica superiore alla
legna, anche se inferiore al carbone, ed alcune famiglie cominciano
ad utilizzarla per il riscaldamento domestico. Già alla fine
del '700 si sperimenta l'uso della torba come combustibile nelle filande
di Iseo. È dalla metà dell'800 però, che inizia
lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio, il lavoro sistematico
di scavo iniziò nel 1862, quando il consorzio torinese "Società
Italiana Torbe" , acquistò la maggior parte delle Torbiere
superiori.
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Subito
dopo seguì lo sfruttamento dei proprietari del lato meridionale.
Il lavoro era svolto manualmente, con il metodo dell'escavazione ad umido,
infatti tolto il primo strato di erba e terra, con uno spessore variabile
da pochi cm fino a circa mezzo metro, compariva subito l'acqua . Era quindi
necessario procedere all'escavazione con uno strumento affilato, a forma
di gabbia, lungo circa 90 cm. e montato su un manico di quattro-cinque
metri, detto Luccio, simile a una vanga.
Lavorava in Torbiera prevalentemente manodopera locale che era organizzata
in piccole squadre composte da quattro o cinque operai: uno scavatore
ed un aiutante, che estraevano dei grossi parallelepipedi andando sempre
più in profondità, fino a raggiungere il fondo del giacimento;
da un caricatore-tagliatore, il quale aveva il compito di ridurre la torba
in pezzi più piccoli, utilizzando un coltellaccio, facilitandone
così il trasporto; da un paio di trasportatori (detti "cavalli")
che avevano il compito di spostare, con una carriola, il materiale estratto
in zone apposite, dove veniva disposto in muretti per una iniziale essiccazione.
In seguito i pani di torba venivano ricoverati in magazzini vicini alla
zona dello scavo. Quando, tra gli anni '30 e '40, la Torbiera era ormai
stata in larga parte trasformata in Lame allagate, venivano utilizzate
due grosse barche per trasportare i pani dai muretti ai magazzini. Il
vecchio edificio per lo stoccaggio della torba esiste ancora e si trova
nel comune di Iseo, non lontano dal luogo dove sorgerà il nuovo
centro visite. I braccianti lavoravano dall'alba al tramonto dato che
venivano pagati "a cottimo", cioè in base al quantitativo
di torba estratta. Gli scavatori lavoravano a piedi nudi per avere una
maggiore presa sul terreno sdrucciolevole e spingevano il luccio nel fango
con la sola forza delle braccia e della schiena. Si trattava, come si
può immaginare, di un lavoro stagionale molto duro e faticoso ma
spesso era l'unica alternativa per sfuggire alla miseria.
I lavori di eliminazione del terriccio iniziavano in Febbraio e, da Marzo
ad Agosto, si procedeva all'estrazione della torba che era di diversa
qualità ed età e variava a seconda del sito dello scavo.
Quella che giaceva sotto la cotica erbosa, ad una profondità di
circa 40 cm. sotto terra, era considerata di buona qualità ma presentava
un elevato residuo di cenere perchè intrisa di limo.
Nella zona sotto il Monastero lo strato torboso era più superficiale
e, per effetto della compressone, si era trasformato in "lignite
torbosa", con una maggiore resa calorica. L'area delle Lamette non
fu completamente sfruttata: la sua torba di più recente formazione
era più leggera ed aveva una resa troppo scarsa; venne comunque
estratta tra gli anni '60 e '70, per rifornire i florovivaisti.
La torba era un materiale prezioso per l'economia della zona dato che
poteva sostituire l'utilizzo del carbone, la cui importazione era molto
costosa. Prima dell'era del petrolio e dell'energia elettrica venne usata
per molteplici scopi: nelle fornaci, nelle filande, negli opifici, per
riscaldare le abitazioni e perfino per alimentare i treni della ferrovia
Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale. Venne molto richiesta
anche durante l'ultima guerra. Il suo utilizzo cessò completamente
intorno agli anni '50, periodo in cui il paesaggio della zona era completamente
trasformato e con esso anche la flora e la fauna in esso esistente. All'interno
della Riserva vi sono alcune vasche profonde fino a 10-15 mt. e dall'aspetto
più limpido, in alcune delle quali è tuttora permesso pescare:
da queste vasche è stata estratta, in epoca più recente,
l'argilla per la fabbricazione dei mattoni.
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